Cultura, Museo di Roma: ecco gli scatti della “rinascita” del Paese

Poiché il titolo dell'allestimento si ricollega a una pellicola indimenticabile, frutto proprio del fermento artistico nostrano del Novecento, nel cortile del Museo viene posizionata l'inimitabile Lancia Aurelia B24 decappottabile

Scatti semplici, naturali, per certi versi genuini. Volti noti accanto a quelli di persone sconosciute, testimonianze tangibili di un impegno generale necessario per dare vita ad una ricostruzione sognata da chiunque. Dopo aver celebrato Canaletto, il Museo di Roma, conosciuto anche come Palazzo Braschi, cambia le carte in tavola e riempie i suoi ambienti tramite una mostra fotografica concepita con l’obiettivo di rievocare 15 anni fondamentali per le sorti del nostro Paese. Aperta al pubblico fino al 3 febbraio e curata da Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, l’esposizione intitolata “Il sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre, 1946-1961” rappresenta un particolare ritratto collettivo di quei cittadini protagonisti della cosiddetta “rinascita”.

Il percorso si avvale della presenza di oltre 160 foto d’epoca. Videoinstallazioni e documentari servono invece a completare una narrazione in cui si passa dagli effetti devastanti della Seconda Guerra Mondiale al boom economico. Accanto alla vita politica e a quella privata c’è un po’ di tutto: le lotte del lavoro, le rivoluzioni del costume, la creazione di autostrade, il cambiamento del paesaggio, l’affermazione della cultura. Un Paese destinato ad accelerare, forse anche in maniera eccessiva, superando i propri tratti arcaici e andando avanti nonostante grossi problemi lasciati spesso irrisolti.

Poiché il titolo dell’allestimento si ricollega a una pellicola indimenticabile, frutto proprio del fermento artistico nostrano del Novecento, nel cortile del museo viene posizionata l’inimitabile Lancia Aurelia B24 decappottabile. La mostra si avvale del prezioso contributo fornito dall’Istituto Luce-Cinecittà ed è organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. Da non dimenticare, infine, l’apporto fornito dal Comune di Parma e dal Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università parmigiana.

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